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La curiositą terapeutica

L’articolo di Gianfranco Cecchin sulla curiosità accende numerose domande e riflessioni, esplicitando con incredibile semplicità alcuni dei concetti che hanno fatto la storia della terapia familiare, fornendo una nuova e importante lente da utilizzare lungo il viaggio verso l’analisi e lo studio del modello sistemico.
Il lavoro riprende i princípi fondamentali di ipotizzazione, circolarità e neutralità sviluppati nel 1980 "dalla team" di Milano, formata da Selvini-Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata, reinterpretandoli alla luce di una nuova epistemologia sistemica.
Tra il 1980 e il 1982, il dibattito teorico seguente la pubblicazione nel 1975 di Paradosso e Controparadosso, favorisce, accanto ad alcuni concetti chiave come quelli di “famiglia come totalità”, “sistema con storia”, “regole”, “giochi” e all’interesse per il contesto ed il significato, lo sviluppo di una concezione della mente attivata da differenze: in tal modo, l’attenzione alle strategie per il controllo della relazione viene incalzata dall’ingresso della concezione batesoniana di ipotesi, intesa come struttura che connette, capace di raccogliere e introdurre informazioni, che diviene l’attività terapeutica di primo piano.
Il sistema terapeutico, in grado di suscitare differenze e quindi informazioni al fine di connetterle in ipotesi, subisce l’influenza di alcuni importanti cambiamenti che segnano il passaggio, come dice Mosconi, "dal mondo delle spiegazioni a quello delle descrizioni", poiché diagnosi e ipotesi vengono considerate in connessione con la relazione terapeutica, incentrando l’attenzione sulla conduzione della seduta.
La riflessione di Cecchin parte dall’assunto secondo il quale il comportamento di un individuo è sempre in relazione a quello di un altro individuo, dal momento che noi agiamo in relazione e ogni azione organizza e vincola i possibili modelli di interazione sociale.
Nella sua formulazione originaria, il termine neutralità era connesso all’idea di evitare, in modo non passivo, di accettare la posizione di qualcuno come più corretta rispetto a quella di un altro, provocando un effetto pragmatico in grado di generare un sentimento di incertezza nel momento in cui i membri della famiglia, terminata la seduta, avrebbero cercato di definire da quale parte si fosse schierato il terapeuta.
Alcune correnti teoriche la interpretarono però come una sorta di non coinvolgimento, come l’assunzione di una posizione “fredda” di un terapeuta che non prende alcuna responsabilità, dovendo affrontare situazioni difficili e a volte drammatiche.
Cecchin propone una nuova visione della neutralità intesa come la creazione di uno stato di curiosità  che attraverso un processo circolare e ricorsivo, spinge ad esplorare ed inventare nuovi punti di vista e nuove modalità di azione che a loro volta generano curiosità.
Prendendo spunto da alcuni concetti di Maturana, assistiamo ad una nuova visione della neutralità anche dal punto di vista linguistico, nell’eterna diatriba tra linearità e circolarità.
Cecchin mette in evidenza come nei contesti in cui si usa il linguaggio e si cercano e creano descrizioni, sia sempre presente la “tirannia del condizionamento linguistico”, poiché a volte, sono proprio le nostre descrizioni a guidarci verso spiegazioni esclusivamente lineari di “causa ed effetto”, che diventano marca di contesto per guardare il mondo.
La nostra cultura ci ha abituato a spiegare il nostro agire attraverso descrizioni causali che al di là della loro verità, risultano “utili” in quanto permettono di dare un senso agli avvenimenti e alle interazioni, al cambiamento o alla mancanza di cambiamento.
Al fine di costruire un atteggiamento di curiosità, l’invito di Cecchin è quello di “convivere” con questa tipologia di orientamento descrittivo senza però considerarla unica, cercando di non restare intrappolati all’interno di una cornice di causalità, andando alla continua ricerca di altre descrizioni e non della spiegazione più adeguata.
Esaltare la complessità dell’interazione e inventare punteggiature multiple di un comportamento, attraverso un orientamento polifonico nella descrizione e spiegazione dell’interazione, rappresentano i concetti chiave in grado di favorire la costruzione di una visione sistemica e lo sviluppo della molteplicità.
Altro punto importante elaborato da Cecchin è quello di estetica, inteso come sensibilità alla struttura e alle differenze e non al confronto quantitativo tra singole entità, il quale potrebbe condurre il terapeuta a cercare la spiegazione scientifica più logica, perdendo quindi la curiosità sull’infinità di storie del sistema.
Attraverso una cornice estetica andiamo alla ricerca della “struttura che connette”, cercando ciò che permette alle descrizioni dei vari membri della famiglia di adattarsi reciprocamente, perturbando il sistema in modo neutrale e rispettandolo per “ciò che è”, allontanandoci da un tipo di “interazione istruttiva” che, secondo Maturana, mira a dirigere e ad istruire gli individui.
La maggioranza delle persone utilizza un tipo di curiosità lineare, cioè diretta a scoprire e soprattutto spiegare le motivazioni dell’agire di un individuo mentre la curiosità secondo una prospettiva estetica “rispetta” l’integrità e la logica di ogni sistema nella sua operatività, privandola di ogni sorta di etichettamento o pre-giudizio.
Il terapeuta non è colui che insegna o istruisce la famiglia, la coppia o il singolo individuo, ma diviene uno specchio, perturbando il sistema cambiandone il punto di vista epistemologico, fornendo nuovi o riscritti copioni, nuove lenti con cui guardare il cambiamento: come sostiene Keeney, "il terapeuta cura un cliente che lo indirizza verso il modo di curarlo".
Uno degli interrogativi più interessanti dell’articolo è legato alla confusione tra responsabilità e controllo sociale, la quale, nel contesto terapeutico, richiede di porre l’attenzione su alcuni comportamenti che vengono giudicati immorali e/o illegali dalla società, dando al terapeuta il ruolo di controllore sociale.
Dal momento che non è possibile nascondersi davanti alle costruzioni sociali deliberate dalla legalità, dobbiamo tener presente che tale posizione del terapeuta ostacola indubbiamente il rispetto della neutralità.
Una delle possibili soluzioni secondo Cecchin è quella di co-sviluppare un senso di curiosità che si discosta da quello di moralità lineare, raggiungibile con il lavoro d’equipe che orienta ad agire sia legalmente che terapeuticamente.
Discutere con la propria team, permette la libera circolazione di premesse e credenze della famiglia e del terapeuta, aiutando quest’ultimo ad agire prendendo in considerazione pluralità di alternative, aumentando il senso di curiosità.
Cecchin dedica una parte dell’articolo a due classi di sintomi, la noia e l’esperienza psicosomatica, considerati indicatori del passaggio da una posizione estetica e polifonica ad una linerare e monofonica.
La noia viene descritta come la situazione durante la quale il terapeuta perde la propria curiosità verso il sistema, a causa di elementi ridondanti e della mancanza di nuove e stimolanti informazioni che portino differenze.
Noia quindi come sintomo di non neutralità, poichè nel momento in cui si è annoiati dalla famiglia non si mantiene la posizione di curiosità e, di conseguenza, si chiude la via per la ricerca della polifonia e di punteggiature multiple dei comportamenti, sacrificando, come dice Cecchin, "l’estetica della terapia sull’altare di una visione semplicistica della condizione umana".
I sintomi psicosomatici, anche’essi indicatori di non neutralità, vengono indagati all’interno del contesto in cui opera il terapeuta, il cui senso di curiosità può venire represso nel momento in cui l’intervento viene fatto ad esempio in strutture che trattano esclusivamente famiglie che necessitano di controllo sociale, come nei casi di abuso o incesto.
Tali contesti, in contrasto con una visione estetica dell’intervento, potrebbero portare il terapeuta a sentirsi “inutile” proprio perché non sente di essere terapeutico.
Ancora una volta, il confronto con “una team” può aiutare il terapeuta a ritrovare la curiosità e il desiderio di ricercare molteplici strutture e risorse, agendo però senza prendere responsabilità per controllare il problema, evitando atteggiamenti di superiorità morale e di controllo della famiglia.
Cecchin ritiene che il lavoro del terapeuta sia quello di aiutare il sistema a sviluppare strutture più estetiche, accettando il suo funzionamento e la sua logicità, offrendo nuovi punti di vista alternativi rispetto alle implicazioni delle singole percezioni ed azioni abituali di ogni membro.
Nell’articolo viene rivisitato anche il concetto di ipotizzazione, maggiormente legato secondo l’autore alla tecnica, la quale ci aiuta a mantenere la nostra posizione di curiosità.
Nell’articolo del 1980, l’equipe di Milano definisce l’ipotizzazione come la capacità del terapeuta di formulare ipotesi “sistemiche” sul funzionamento relazionale globale della famiglia, basandosi sulle informazioni raccolte, con una netta distinzione tra intervista iniziale ed intervento.
Due sono le funzioni principali attribuite dagli autori: la prima è quella di garantire l’attività del terapeuta, la seconda di introdurre informazione.
L’importanza dell’intervento finale, notevolmente enfatizzata, ha il ruolo di introdurre il cambiamento mentre l’intervista è utile per raccogliere il maggior numero di informazioni per l’elaborazione di una prescrizione finale.
Cecchin, in una prospettiva conversazionale-costruttivista, considera le famiglie come meravigliosi narratori di storie e dà un peso importante proprio all’uso della metafora all’interno del racconto: il sistema familiare porta con sé i propri copioni e le proprie storie, scritte e forgiate nel corso della sua vita e proprio durante la terapia,  questi copioni e queste storie possono essere riscritte e/o rinnovate in toto, in un processo circolare in cui anche il terapeuta modificherà le proprie.
Le storie permettono la costruzione di descrizioni doppie e di discernere configurazioni di ordine più elevato, poiché, come dice Bateson, "Una storia è un piccolo nodo o complesso di quella specie di connessione che chiamiamo pertinenza. Trasferendo le nostre storie da una situazione all’altra, creiamo contesti che danno significato e struttura a quanto facciamo".
L’incapacità di sviluppare ipotesi, determinata dall’accettazione del copione della famiglia, comporta, secondo l’autore, la perdita del senso di curiosità.
Una parte particolarmente interessante dell’articolo fa riferimento a quanto sia difficile per la nostra cultura generare ipotesi e sospendere la ricerca di una spiegazione, in un contesto sociale che si muove quasi esclusivamente in cerca di verità e soluzioni.
Possiamo constatare sulla nostra pelle quanto ogni giorno, nel corso di piccoli o grandi avvenimenti o nel corso di semplici conversazioni, siamo portati attraverso il linguaggio e attraverso processi di ragionamento a seguire logiche lineari e a cercare o fornire spiegazioni per il nostro comportamento e quello degli altri.
Al di là del contesto terapeutico, possiamo interrogarci su quanto sia davvero difficile pensare e agire in modo sistemico, poiché dovremmo monitorare costantemente, in modo non rigido, il nostro pensare e il nostro agire quotidiano, ricercando una visione estetica che ci aiuti ad individuare e vedere in prima analisi le differenze e le strutture.
Dovremmo osservare il nostro modo di relazionarci alle cose, la nostra modalità di stare nel mondo che abbiamo (volontariamente o meno) creato e rinforzato per anni, frutto di automatismi culturali appresi fin dall’inizio della nostra vita.
Anche il concetto di circolarità, cosi come quello di ipotizzazione, viene considerato all’interno della tecnica, con lo scopo di creare curiosità sia nel sistema terapeutico che in quello familiare, attraverso un processo di domande che permette ai singoli membri di diventare in qualche modo neutrali verso le proprie ipotesi.
Le domande circolari, attraverso un linguaggio della relazione, minano le “verità” del sistema di credenze della famiglia, uscendo dai processi di etichettamento e dalle categorizzazioni semantiche, creando cosi l’opportunità per la costruzione di nuove storie e nuovi copioni.
L’intento esplorativo delle domande circolari, come dice Karl Tomm, permette di uscire dalle limitazioni degli abituali punti di vista lineari, portando alla luce i modelli circolari ricorrenti tra eventi e percezioni, favorendo l’attenuazione della comparsa di risposte contenenti giudizi.
Nel momento in cui le domande circolari non agevolano la costruzione di ipotesi, secondo Cecchin, si perde il senso di curiosità; di conseguenza, le ipotesi non ci aiutano a costruire domande circolari, a causa dell’aver "sposato troppo le nostre ipotesi".
L’interconnessione ricorsiva esistente tra ipotizzazione, circolarità e neutralità permette a quest’ultima di fornire il contesto per la costruzione di ipotesi multiple che, a loro volta, forniscono il contesto per vedere strutture circolari.
Nel corso della relazione terapeutica, dobbiamo tener presente che anche la famiglia sta riscrivendo il proprio copione e intervenendo, cosi come il terapeuta, sui propri sistemi, tenendo sempre a mente quanto per gli utenti sia difficile abbandonare le proprie premesse e quanto invece sia più semplice raccontare la propria storia utilizzando prevalentemente descrizioni causali e ricorrendo a quelli che la Ugazio definisce "schemi esplicativi del senso comune".
È inoltre utile riflettere su come sia facile, anche al di là del contesto terapeutico, perdere la curiosità verso se stessi e la propria storia, ricercando, come se si fosse “costretti” da qualcuno o qualcosa, una spiegazione o verità plausibile, nell’accezione della Ugazio, per le proprie azioni, spiegazioni e percezioni.
Nelle narrazioni emergono gli abituali punti di vista lineari, le proprie percezioni, i propri significati, i propri miti, le proprie premesse e i propri copioni saldamente scritti, con i quali vengono raccontate le proprie storie.
Storie che raccontano altre storie, in uno scambio reciproco tra famiglia e terapeuta, come un prezioso scrigno che una volta aperto mostra il modo in cui ogni individuo punteggia il proprio mondo, fornendo una traccia utile per la scoperta delle proprie premesse epistemologiche.
Accettare e rispettare la logica e l’integrità del sistema “per quello che è” e attenzionare il timing di ogni singolo individuo, può aiutarci a tenere vivo il senso di curiosità sulle strutture di relazioni, a perturbare il sistema stimolando la narrazione delle storie, co-costruendone o co-riscrivendone nuove.
Può aiutarci inoltre ad esplorare le singole modalità di percezione e attribuzione di significati, tenendo sempre a mente l’assunto di Cecchin secondo cui "come clinici dovremmo accettare spiegazioni lineari a patto che non crediamo ad esse".
Nell’intento di dare vita a nuove descrizioni, noi terapeuti dobbiamo essere capaci di lavorare sulle nostre premesse, di auto-osservarci e di mettere in dubbio anche noi stessi, attraverso una postura relazionale flessibile che non cerca interventi specifici ma si coordina con le descrizioni della famiglia per offrire loro “altre scenografie”.
E’ pur vero che la nostra “normalità” potrebbe farci correre il rischio di colonizzare le storie dei pazienti con le nostre storie ma l’importante è averne consapevolezza: come terapeuti infatti, possiamo rischiare di realizzare nei pazienti un cambiamento in una direzione che corrisponde a ciò che avremmo voluto ottenere nella nostra famiglia.
E’ possibile ipotizzare un cambiamento nelle persone che giungono in terapia solo partendo dal presupposto che ogni singola seduta terapeutica è sempre un incontro tra storie, tra racconti, tra punteggiature e connessioni differenti che appartengono ai clienti ma anche al terapeuta: nella stanza di terapia dobbiamo allenarci a vedere la “differenza” tra ciò che è portato da noi e ciò che è portato dalla famiglia.
I fatti che vengono portati in seduta vanno trasformati in racconti di fatti, vanno presentificati, complessificati e integrati in un alternativo racconto possibile, in una logica terapeutica che  non è mai o…o, ma e…e, ovvero è una logica che non scarta mai le idee portate dalla famiglia.
E’ necessario dunque, un continuo esercizio della riflessività e della circolarità, con un attenzione particolare al linguaggio della famiglia e alle sue ridondanze che verranno utilizzate dal terapeuta per riscrivere o dare vita a nuovi copioni, nuove descrizioni e nuovi significati, i quali potranno essere sì un elemento promotore di cambiamento ma potranno anche essere inscatolati secondo una storia già confezionata.
Partendo dal presupposto che "un atteggiamento di curiosità è possibile solo finchè c’è una pluralità di alternative" e che "la responsabilità terapeutica inizia quando si vede la propria posizione nel sistema", la pratica clinica permette al terapeuta di mettersi in gioco e provare a inventare quelle che l’autore definisce punteggiature multiple di un comportamento, seguendo un orientamento polifonico centrato non solo sulla struttura ma sulla molteplicità di strutture possibili.
In accordo con Keeney, "un cambio di lente comporta sempre un periodo iniziale di confusione o transizione. Se l’osservatore riesce a sopportare la crisi di transizione, un nuovo schema darà luogo a un ordine alternativo… Attraverso la lente dell’espistemologia cibernetica emergerà infine un mondo alternativo".

A cura del Dott. Paolo Sidoti Olivo

 
Bibliografia

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A cura di psicologoamico
aggiornato il: 09/04/2011

 
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