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Implicazioni terapeutiche

Occorre tuttavia sottolineare che a partire dalla comune matrice socio-costruzionista, terapisti diversi suggeriscono diverse impostazioni terapeutiche. Mantenendo il riferimento al doppio livello presente in ogni interazione, potremmo dire che mentre alcuni terapisti focalizzano l'attenzione su quello della co-costruzione, altri tentano di tener conto del gioco embricato tra i due livelli.

Nelle teorizzazioni di Lynn Hoffman, di Harold Goolishian e Harlene Anderson e di Tom Andersen, per citare i più rappresentativi, troviamo un esempio di impostazione terapeutica che ha come principale riferimento il livello della co-costruzione. Partendo dal presupposto che tutto è generato nel linguaggio, questi autori individuano nell'hic et nunc della conversazione il momento centrale del fare terapia.
La terapia è concepita come il contesto comunicativo entro cui è possibile costruire un dominio linguistico o discorsivo diverso da quello in cui i problemi del paziente si sono originati e dal quale invece si generino nuovi modi di descriversi e quindi anche di essere.

Compito fondamentale del terapista diventa allora quello di tenere "aperta la conversazione". Per fare questo egli deve assumere una posizione di "non conoscenza", dal momento che teorie e tecniche terapeutiche, classificando e incasellando il paziente in categorie predeterminate, non permettono alla novità di emergere. "... La ricerca di regolarità o significati comuni possono convalidare la teoria del terapista, ma invalidano l'unicità delle storie dei pazienti e quindi della loro stessa identità" (Anderson, Goolishian, 1992,  p. 30).

Di fronte alla posizione conversazionalista dubbi sono stati sollevati circa la possibilità per un terapista di spogliarsi dei propri modelli o sistemi di riferimento (Cecchin et al., 1997) e sulla stessa opportunità di farlo (Boscolo e Bertrando, 1996). Altri dubbi poi possono essere sollevati relativamente alla semplificazione con cui si fa riferimento al linguaggio, che è spesso ridotto, nella pratica, a "modo di parlare" decontestualizzato, avulso cioè  dall'intreccio di processi che si generano attraverso il linguaggio, e che contemporaneamente lo confermano. 

Altri autori propongono invece una impostazione che pur enfatizzando la natura interattiva del processo terapeutico non ignora i processi che riguardano il terapista e il paziente e che dunque tenta di considerare sia la natura non unidirezionale del cambiamento, sia i modi specifici con cui il terapista e il paziente partecipano alla costruzione terapeutica.

Questo in concreto significa che mentre concettualizzano la psicoterapia come una narrazione, o meglio, una ri-narrazione a più voci, non ignorano il punto di vista del terapista (i suoi sistemi di riferimento teorico e tecnico, i suoi pregiudizi ecc.) e il punto di vista del paziente (i suoi sistemi di riferimento, le sue idee su come si debba partecipare a un processo terapeutico e quello che si deve aspettare dalla terapia).

E' una prospettiva, questa, dall'interno della quale un terapista:

a) non rinuncia a formulare ipotesi sia sulle dinamiche relazionali in cui il paziente è coinvolto, sia sui modi con cui il paziente tende a costruire la situazione terapeutica (e i due tipi di ipotesi sono interconnessi). La comprensione dell'organizzazione  familiare  si intreccia con la comprensione della posizione che il terapista occupa nella rete delle relazioni significative della famiglia. La domanda di aiuto, le modalità  con cui viene effettuata la richiesta, le attese e le motivazioni che i componenti hanno rispetto alla terapia, i modi con cui essi parlano della loro situazione, o come rispondono alle domande e commenti del terapista costituiscono tutti elementi riconducibili alla organizzazione familiare per come si é venuta strutturando nella  storia delle interazioni al suo interno e con l'ambiente (Ugazio, 1989); i modi con cui la famiglia si accosta e partecipa ad una terapia sono omogenei alla situazione che genera e mantiene il disagio.

D'altra parte la storia delle interazioni della  famiglia al proprio interno e con l'ambiente sociale determina il modo in cui la famiglia si pone nella terapia e quindi fornisce indicazioni su come la famiglia costruisce i significati degli eventi che accadono nella situazione terapeutica (Fruggeri, 1991b).

E' infatti a partire da qui che un terapista valuta quale narrazione o storia sia nuova o dunque più utile ai fini del cambiamento;

b) ricorre alla autoriflessività e dunque  considera come il  suo punto di vista determini il modo di analizzare la situazione del paziente e le scelte che opera nel corso della terapia. L'autoriflessività tuttavia non è fine a se stessa, né è finalizzata ad annullare il proprio punto di vista (come i conversazionalisti di fatto propongono) o a correggerlo, se errato, secondo i dettati del modello di riferimento (come i costruttivisti in un certo senso propongono). Nella prospettiva qui discussa, l'autoriflessività  permette  al terapista di vedere come partecipa all'interazione col paziente e viene praticata per potersi interrogare su come il proprio punto di vista si connetta con quello del paziente generando o meno nuovi significati.  "Il cuore della terapia non è costituito dal contenuto del pregiudizio, ma dalla relazione tra i pregiudizi del cliente e del terapeuta (Cecchin et al. 1997,  p. 19);

c)  si interroga su quali significati assumano per il paziente le azioni  che egli mette in campo a partire dall'ipotesi che formula sulla base dei propri sistemi di riferimento. E' infatti da questo interrogarsi che un terapista può valutare se un intervento lineare prescrittivo possa essere più opportuno o utile di un intervento circolare. Gli interventi del terapista assumono valore entro i sistemi di significato e le dinamiche interattive del paziente,  dunque decentrarsi , cioè analizzare i propri comportamenti dal punto di vista del paziente, diventa per il terapista essenziale per discriminare tra ciò che introduce differenza e novità e ciò che invece conferma il contesto entro cui il problema si è generato.

Ipotizzazione, autoriflessività e decentramento diventano i canali che intrecciati tra loro permettono al terapista di analizzare la dinamica interattiva, permettono cioè di produrre una doppia descrizione che combina l'osservazione sulle relazioni del paziente con quella sulla relazione che si stabilisce tra terapista e paziente nel momento in cui essi comunicano sulle relazioni di quest'ultimo (Fruggeri,  1997).

E' con la doppia descrizione che il terapista può affrontare quella tensione tra valutazione e terapia che alcuni autori hanno sottolineato (Bertrando, Boscolo, 1996; Ugazio, 1998), la tensione cioè tra conoscere ciò che deve essere cambiato e costruire nuovi significati che favoriscano il cambiamento, consapevoli del fatto che conoscere è di per sé una attività intersoggettiva che costruisce significati.

A partire da questa consapevolezza, il terapista, pur non rinunciando al momento della valutazione come imprescindibile momento di riconoscimento della specificità dell'altro, si assume, mentre conduce l'indagine,  il compito di attivare un processo di negoziazione che sfoci nella possibilità per i componenti della famiglia di incominciare a pensare al loro problema e alle possibili soluzioni in modo diverso dall'inizio del colloquio.  Non rinuncia alla diagnosi, ma la considera "un processo valutativo in evoluzione connesso ricorsivamente all'effetto terapeutico dell'indagine stessa del terapeuta su una o più persone considerate nel loro contesto relazionale ed emotivo" (Boscolo, Bertrando, 1996, pp. 54-55).

Non rinuncia ad avere modelli o tipologie relative al paziente o alla relazione tra terapista e paziente, ma ne verifica l'utilità nell'interazione con il paziente stesso (Cecchin et al., 1992). Non rinuncia aprioristicamente a condurre interventi lineari o prescrittivi, se questi e non quelli circolari conversativi permettono di costruire un contesto nuovo di significati entro cui il paziente ha la possibilità di cambiare (Fruggeri, 1995).

Tratto da Laura Fruggeri Dal costruttivismo al costruzionismo sociale: implicazioni teoriche e terapeutiche Psicobiettivo,  vol. XVIII, n. 1, 1998, pp. 37-48.

A cura di psicologoamico
aggiornato il: 13/10/2010

 
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