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La riflessivitą

Un processo sistemico costante

L’argomento della riflessività è stato lungamente trattato dal Coordinated Management of Meaning di Pearce e Cronen che definiscono la riflessività come una caratteristica propria delle relazioni tra significati dentro sistemi di credenze che guidano azioni comunicative.

La CMM definisce la comunicazione umana come un processo interattivo complesso in cui sono generati, mantenuti e/o cambiati significati attraverso l’interazione ricorsiva tra esseri umani. La comunicazione sarebbe quindi un processo circolare di co-creazione di significati da parte dei partecipanti (Karl Tomm, 1991). L’elemento di cambiamento inizia quindi ad essere legato al processo riflessivo.

Nell’articolo di Cronen, Johnson e Lannaman (1983), dal titolo “Paradossi, doppi-legami e circuiti riflessivi: una prospettiva teorica alternativa”, gli Autori introducono l’argomento della riflessività partendo da una critica alla teoria del doppio legame.
Cronen, Johnson e Lannaman ricordano che alla base della teoria del doppio legame  vi è la convinzione che il paradosso o la confusione di livelli di significato gerarchicamente ordinati, sia una caratteristica costante del “milieu” comunicativo responsabile della schizofrenia. Ricordiamo che il doppio legame avviene quando:

1. Due o più persone sono coinvolte in una relazione significativa;
2. Viene dato un messaggio che asserisce qualcosa, che asserisce qualcosa sulla propria asserzione e queste due asserzioni si escludono a vicenda;
3. Colui che riceve il messaggio non può né abbandonare il campo né metacomunicare.

Gli autori ritengono che le difficoltà incontrate con la teoria del doppio legame siano da attribuirsi alla concezione di paradosso;  preferiscono quindi sostituire questo termine con quello di “circuito riflessivo” perché sostengono che solo alcuni paradossi possono portare a problemi per le persone coinvolte.

Inoltre, secondo Valeria Ugazio, i limiti della teoria del doppio-legame risiedono sul fatto che non si può definire una persona “vittima” e una “carnefice” all’interno di un sistema che produce continuamente definizioni contraddittorie delle relazioni, non esiste solo il livello analogico e digitale ma i canali comunicativi sono diversi, non ci sono solo schemi diadici ma almeno triadici, la teoria non spiega perché solo un membro della famiglia sviluppa la patologia e infine esclude la dimensione storica focalizzandosi solo sul qui e ora.

Bateson affermò che la comunicazione umana implica sempre due livelli di significato: un livello di relazione e uno di contenuto. I due livelli sono organizzati gerarchicamente nel senso che il livello di relazione rappresenta il contesto in cui interpretare il livello di contenuto.
Secondo Hofstadter quando in un sistema non è chiaro quale tra due o più livelli sia di ordine superiore, si forma un circuito riflessivo.

Cronen, Johnson e Lannaman criticano anche la teoria dei Tipi Logici di Russell che affrontò il problema dei circuiti riflessivi proibendoli. Russell, infatti, sostenendo che una classe non è membro di se stessa sentenziava che un elemento all’interno di un contesto non deve tornare su se stesso, cioè negava la possibilità della riflessività. In realtà Russell poi ammise che la teoria dei tipi logici fosse stato solo un rimedio temporaneo.

Gli Autori sostennero, inoltre, che la comunicazione umana non “rappresenta” sistemi di credenze, sentimenti, emozioni e idee ma li “costruisce”. La comunicazione non deve essere concepita come lo strumento per raffigurare la realtà esterna e per trasmettere immagini distorte da una persona all’altra, bensì come il processo verso il quale gli individui creano le realtà sociali.

Cronen, Johnson e Lannaman per spiegare il processo della riflessività affermano che due unità di significato sono in relazione gerarchica quando una di esse costituisce il contesto in cui interpretare il significato e la funzione dell’altra. Negli adulti ad esempio il tono sarcastico di un messaggio rappresenta il contesto con cui interpretare tutti gli altri messaggi comunicativi. Quindi un messaggio può essere A o non A a seconda del contesto in cui viene espresso. Siamo noi che stabiliamo il contesto in cui un messaggio deve essere interpretato.

Secondo gli Autori, quindi, vi è un processo riflessivo quando due elementi in una gerarchia sono organizzati in modo tale che ciascuno di essi è contemporaneamente il contesto in cui l’altro va inserito e il contenuto di cui l’altro è il contesto.  Ci sarà un circuito riflessivo quando all’interno di un sistema gerarchico percorrendolo dall’alto verso il basso o viceversa ci ritroviamo al punto di partenza.

Secondo Valeria Ugazio quando si forma un circuito riflessivo il soggetto esaminerà prima un aspetto del circuito interpretandolo per poi passare rapidamente all’altra alternativa, tornando al punto di partenza. Solo in questo modo, analizzando i vari livelli della scala gerarchica, è possibile che avvenga il cambiamento all’interno dei sistemi di conoscenza del soggetto. Valeria Ugazio infatti sostiene che l’esperienza della riflessività è una conditio sine qua non del cambiamento, della crescita e dell’evoluzione.

Cronen, Johnson e Lannaman  sostengono che un certo grado di riflessività è sempre presente nelle relazioni gerarchiche. Secondo la ricerca costruttivista, infatti, tra unità a livelli gerarchici diversi esiste comunque un certo grado di influenza reciproca, anche quando non sussistono dubbi su quale sia il livello superiore e quale quello inferiore. Esisterebbero dunque due forze: quella implicativa, più debole che agisce dal basso verso l’alto, e quella contestuale, più forte che agisce dall’alto verso il basso.

Se A è la forza contestuale che agisce su B che è quella implicativa, tra i due non c’è una relazione lineare ma circolare, perché B esercita comunque la sua forza implicativa; se la forza implicativa di B aumenta di significatività, la sua influenza potrà superare A e i livelli nella gerarchia si ribaltano: B diventa il contesto che ridefinisce il significato di A. Questo, secondo Karl Tomm, porta ad un cambiamento eclatante di significato che può portare ad un cambiamento nei comportamenti comunicativi.

Un esempio è il gioco delle scimmie di cui parla Bateson. Se le scimmie interpretano il morso all’interno del contesto di “gioco” (forza contestuale) allora tutti comportamenti aggressivi sono interpretati come gioco. Esiste però una forza implicativa (dal basso verso l’alto) che spinge  ad interpretare il morso all’interno del contesto di “lotta”. Se la forza implicativa avrà la meglio le scimmie interpreteranno il morso come lotta e si avrà un capovolgimento di contesto. Quando le due forze implicativa e contestuale sono uguali, si forma un circuito riflessivo, perché le scimmie sperimentano uno stato di confusione all’interno del quale non riescono a definire il contesto relazionale.

Anche la totale assenza della forza implicativa crea dei problemi: contesti che non possono modificarsi in risposta a cambiamenti che avvengono ad un livello inferiore potrebbero essere sintomo di un sistema patologico incapace di contrattazione e di crescita.
Continuiamo a pensare alle scimmie: se una delle due non cambia la definizione di contesto da lotta a gioco soccomberà.

Il fattore tempo è presente nei circuiti riflessivi. Un soggetto infatti esamina prima un aspetto del circuito e avanza una interpretazione, quindi analizza l’altra possibilità; in questo modo il soggetto in un arco di tempo limitato sperimenta ciascuno dei due livelli come contesto dell’altro, nel tentativo di interpretare una particolare unità di significato sociale.
Cronen, Johnson e Lannaman sostengono che i livelli di comunicazione non sono solo due (relazione e contenuto), ma sono almeno quattro: l’episodio, la relazione fra i comunicanti, il sé o la biografia personale e i modelli culturali.

L’episodio consiste esattamente nella sequenza significativa di interazioni che forma una unità di comunicazione, cioè quando i soggetti si trovano a colloquiare.
Le persone, inoltre, contestualizzano le proprie azioni nei termini di relazione che hanno con l’altro soggetto; inizialmente vi è una confusione fra i due comunicanti, perché la natura dell’episodio, cioè il suo contesto non è ancora stato contrattato e definito. Proprio perché il contesto emerge dall’interazione, vi è sempre la tendenza a creare circuiti riflessivi.

Il sé riguarda l’immagine interiore che ogni soggetto ha di se stesso. Questo concetto si sviluppa attraverso la partecipazione dell’individuo a molte relazioni diverse. Valeria Ugazio parla di biografia personale, che si riferisce anche alle storie che il soggetto porta con sé e che determinano il suo senso di sé.

Non bisogna dimenticare l’esistenza dei modelli culturali che esistono prima dell’individuo e su cui le persone si basano per costruire l’interpretazione di sé, delle proprie relazioni e degli episodi della vita quotidiana.
La gerarchia che organizza i vari livelli è flessibile e cambia nel corso della comunicazione.
Cronen, Johnson e Lannaman  parlano di due proprietà dei circuiti riflessivi: la transitività e l’intransitività.
Un circuito riflessivo è transitivo quando ciascuno dei due livelli di significato può diventare contesto dell’altro o viceversa senza che si modifichi nessun significato.
Invece un circuito riflessivo è intransitivo quando non è possibile che ciascuno dei due livelli di significato diventi contesto dell’altro senza che questo cambi di significato.

Ciò che ci permette di interpretare un circuito riflessivo come intransitivo o transitivo sono le “metaregole”. Queste vengono prodotte dalla cultura di appartenenza e dai contesti di appartenenza. Da queste deriverebbe l’assunto secondo cui i circuiti intransitivi sono prodotti dalla nostra cultura e dall’esperienza degli individui; ciò significa che un circuito riflessivo che è problematico per una persona può non esserlo per un’altra.

La transitività e l’intransività definiscono i circuiti riflessivi come armonici o bizzarri.
Un circuito riflessivo è armonico quando un ribaltamento di contesto a vari livelli si conclude in modo tale che i significati rimangono gli stessi. Questo produrrebbe dei cambiamenti di primo ordine. Invece un circuito riflessivo è bizzarro quando un ribaltamento dei livelli produce un grosso cambiamento di significato. Questo creerebbe un cambiamento di secondo ordine.

Karl Tomm afferma che un terapeuta può porre domande per facilitare un’estensione di modelli sani già esistenti all’interno di una famiglia, oppure porre domande per stabilizzare nuovi sviluppi terapeutici che sono ancora tenui. Gli effetti delle domande quindi possono essere mediati dall’innesco di circuiti riflessivi armonici o bizzarri.

La teoria del doppio-legame viene quindi meglio spiegata dagli Autori che ritengono sia un possibile esito dei circuiti intransitivi. Infatti Cronen, Johnson e Lannaman  sostengono che quando un individuo non può sottrarsi ad una relazione, né meta comunicare per risolvere il doppio legame, e quando il doppio-legame diventa un modello di comunicazione persistente nelle sue relazioni, le conseguenze saranno limitate se i circuiti riflessivi di quell’individuo vengono circoscritti. In caso contrario, se i circuiti coinvolgono l’intero sistema, il soggetto può diventare schizofrenico, poiché non dispone di nessun punto di riferimento stabile. Il sé così può restare intrappolato in una rete di prospettive che slittano continuamente.

La capacità di rielaborare il doppio-legame dipende strettamente dalla possibilità di disporre di un punto di riferimento privilegiato a partire dal quale il soggetto possa intervenire su di esso. Se le persone significative bloccano i tentativi del soggetto di risolvere i circuiti intransitivi, la confusione tende a persistere. I soggetti, secondo gli autori, possono però intervenire in maniera creativa sul proprio sistema di significati separando i diversi livelli o trasformando i circuiti bizzarri in circuiti armonici.

Innescare circuiti riflessivi risulta essere un obiettivo del terapeuta sistemico che, appunto, attraverso la tecnica delle domande riflessive induce la famiglia a una riflessione sui significati all’interno delle proprie credenze. Secondo Karl Tomm, infatti, il meccanismo di base del cambiamento non è l’insight, ma la riflessività.
Il terapeuta è un perturbatore dei sistemi di significato della famiglia.

Le domande riflessive sono poste allo scopo di facilitare l’autorguarigione di un individuo o della famiglia, attivando la riflessività tra i significati all’interno dei sistemi di credenze pre-esistenti, che permettono ai membri della famiglia di generare o generalizzare da sé i modelli costruttivi della conoscenza e del comportamento.
Karl Tomm divide le domande riflessive in domande orientate al futuro, domande dal punto di vista dell’osservatore, domande di cambio inaspettato di contesto, domande con suggerimenti inglobati, domande di confronto con la norma, domande di chiarificazione, domande che introducono ipotesi e domande di interruzione del processo.

Gwin Daniel, nel residenziale del 2009 del CMTF a Bellaria, ha trattato l’argomento della riflessività parlando delle conversazioni interne al terapeuta.
La dottoressa Gwin Daniel sottolineava il carattere dialogico tra le conversazioni esterne (con la famiglia) e quelle interne del terapeuta; lei suggeriva che i terapeuti possono esplorare le relazioni e le tensioni tra le diverse voci e non sottovalutare l’importanza delle voci interne, ma utilizzarle come informazione sia sulle risposte emotive del terapeuta sia come mezzo da utilizzare con la famiglia.

Inoltre la dottoressa sottolineava come spesso pazienti e terapeuti producono dei discorsi che possono cambiare nel tempo e avere delle premesse diverse, quindi deve essere per primo il terapeuta a rimanere flessibile all’interno dei circuiti riflessivi che si possono innescare in seduta.
La dottoressa ha sottolineato anche l’importanza di riconoscere l’inevitabilità dei nostri pregiudizi, essendo consapevoli e dimostrando che c’è sempre un altro modo per pensare.

A cura della Dott.ssa Valentina Scherma

BIBLIOGRAFIA:
“Verità e Pregiudizi” di G. Cecchin, G. Lane, W. A. Ray ed. Raffaello Cortina, 1997.
“Verso un’ecologia della mente” di Gregory Bateson ed. Adelphi, 1977.
“Mente e Natura” di Gregory Bateson ed. Adelphi, 1984.
“Intendi porre domande lineari, circolari, strategiche o riflessive?” di Karl Tomm in Family Process, 1982.
“Parte II. Le domande riflessive come mezzi per condurre all’auto guarigione” di Karl Tomm in Family Process, 1987.
“Paradossi, doppi-legami e circuiti riflessivi: una prospettiva teorica alternativa” di V. E. Cronen, K. M. Johnson, J. W. Lannaman, 1983

A cura di psicologoamico
aggiornato il: 09/04/2011

 
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